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Archive for the ‘Buk Riviù’ Category

999

Egnente, io ci ho provato. Vi assicuro, ci ho provato. E per giunta con serietà, pazienza, impegno et disciplina. Ci ho provato addirittura tre volte. La prima, tanto per fare, la seconda con più convinzione; la terza perchè, a quel punto, era diventata una sfida con me stessa. Ma niente da fare: non gliel’ho fatta. E sì che odio lasciare lì i libri, non portarne a termine la lettura, sospendere la storia a mezz’aria e non sapere mai chi è l’assassino. Ma con questo romanzo di Carlo A. Martigli, ho dovuto arrendermi all’evidenza: questo libro non fa per me, ecco. Ci tengo a specificare che non sto esprimendo un giudizio assoluto, una condanna definitiva; non sto apponendo un sigillo eterno. Quindi non sto dicendo: che schifo di scritto, non potrebbe piacere a nessuno, nemmanco fosse l’ultimo rimasto sulla terra dopo l’esplosione dell’atomica. Al contrario! “999 L’Ultimo Custode” è decisamente un romanzo ben scritto, ben costruito e pure interessante. Intanto la conoscenza storica dell’autore è impressionante: Martigli ci regala flash dettagliatissimi sulla vita nell’Italia del passato, quasi obbligandoci ad immergerci nuovamente in quelle lontane realtà. Lo fa ad esempio con dettagli sulle hit musicali nella Firenze degli anni 30, sui fashion trend del periodo rinascimentale, sul regime alimentare tenuto nelle due epoche, solo per citarne alcuni. L’intreccio del romanzo, basato su fatti realmente accaduti, ma mescolato a invenzioni letterarie, è costruito in maniera eccellente. La tecnica usata da Martigli è quella di alternare il racconto di fatti avvenuti tra Firenze e Roma nel 1486 a quello di quanto accaduto a Roma e altrove nel 1938. Alla base l’antefatto, che si svolge nel settembre 2009. Ecco, qua casca l’asino. Perchè io, dopo un po’, di tutto sto Biutiful storico, non ne potevo piu. La trama è ricchissima di personaggi tutti collegati fra loro, quando però tenere a mente i legami vari non è affatto semplice. In teoria il lettore dovrebbe schizzarsi uno schemino in cui si appunta – che ne so – “Franceschetto è figlio di papa Ludovico, fratellastro di Lorenzo de Medici, cugino dell’amante di uno dei Borgia, che trama nell’ombra ai danni del padre dell’ex guardia papale, che in realtà” etc…. (N.B. l’esempio è del tutto a caso, proprio perché non ricordo quasi nulla dei protagonisti della storia). E dopo qualche capitolo io personalmente avevo perso del tutto il filo del racconto, tra mille salti quantici avanti e indietro sulla linea spazio-temporale. Ogni volta che un personaggio ricompariva in scena, mi toccava tornare qualche pagina indietro per capire chi fosse veramente. Estenuante. Anche la trama del romanzo è molto ricca, pure troppo: i fatti si susseguono l’uno all’altro, i colpi di scena abbondano, le rivelazioni si sprecano, Anche qui, bisognerebbe andar giù di continuo di appunti: a pag. 38 è la guardia travestita ha sgozzato l’uomo incappucciato; a pag. 50 la donna fascinosa si è rivelata l’amante del cattivo e via dicendo. Un bello schemino in Excel non ci starebbe male, con le colonne che si nascondono all’occorrenza quando il tal personaggio scompare dalla scena. Davvero, non fa per me. Troppo impegnativa la tecnica di lettura: non so voi, ma io quando leggo un libro, devo stare bene. Il libro mi deve rilassare e portare in un altro mondo, senza farmi diventare cretina dallo sforzo. Mi deve far sognare, coinvolgere, avvincere, ma non confondere, perplimere e far sudare.  Tra l’altro è per questo che, tendenzialmente, non leggo in tedesco (in questo momento sto immaginando me stessa che leggo Martigli in tedesco… Der Wahnsinn!).

Concludendo, se siete amanti dei romanzi storico-gialli alla Dan Brown, romanzi che usando una base di fatti reali costruiscono una storia fantastica, magari coinvolgendo la chiesa cattolica e i suoi insegnamenti, allora amerete “999 L’Ultimo Custode”. Diversamente, lasciate perdere.

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Durante il periodo vacanziero appena trascorso sul suolo natio, mi è capitato di trovare in camera da letto un paio di libri che giacevano colà da tempo immemorabile. Erano stati letti dalle mie sorelle anni addietro e poi abbandonati o meglio semplicemente archiviati su una mensola. A dire il vero erano conservati con cura in quanto da loro particolarmente apprezzati. Ogni volta che tornavo a casa li notavo, ma non mi era mai passato per la testa di leggerli. Casomai li avevo aperti con fare distratto, li avevo sfogliati, sleggiucchiati. Ma letti in maniera seria e coerente, mai. „Perchè?“ si chiederanno ora i miei lettori più arguti. „Ve lo devo proprio confessare?“ risponderà la blogger con fare ritroso e vergognandosi pure un pochetto. E i lettori: “Sìììì” (oppure “No, un bel chissenefrega!”, a seconda).

Ebbene, perchè l’autrice di questi due volumetti è la celeberrima, acclamatissima e in odore di Nobel per la letteratura  – o almeno so che a lei piacerebbe – scrittrice giapponese Banana Yoshimoto. “E allooooooora?”. E allora niente, c’è che semplicemente facevo resistenza a leggere le opera di una che si chiama BANANA. Banana. Ba-na-na. Cioè, ma perchè proprio Banana? A me questa parola evoca solo immagini assurde (no, non quello che pensate voi!). Tipo il frullato di banana. Tipo una scimmia con una banana in mano. Tipo come quando eravamo piccoli e per offendere un altro bimbo gli si diceva “Banana!”, nel senso di “scemo”. Non ho mai capito il perchè di questo soprannome delirante. Non era meglio, che ne so, scegliersi Albicocca o Noce moscata o anche il classico Fior di Loto (ok Fior di Loto Yoshimoto suona male, va bene)? Tuttalpiù anche Melone Yoshimoto mi poteva andare bene. Ma Banana Yoshimoto proprio no! Ma sto uscendo dai binari. Tornando ai noi, ricordo appunto che nei lontani anni ’90 le mie sorelle erano diventate fan sfegatate di ‘sta Banana dopo aver letto il suo romanzo d’esordio “Kitchen”. E io, incuriosita da tanto entusiasmo, a mia volta avevo preso in mano “Kitchen” e lo avevo letto. Dico la verità: non ricordo niente della trama, ma ricordo che il libro mi aveva fatto schifo. Non mi aveva trasmesso nulla, l’avevo trovato, noioso, insipido e totalmente inutile. Lo misi quindi da parte e quella fu la fine del rapporto tra me e Banana. Forse questo oscuro episodio della mia giovinezza aveva contribuito alla mia forte resistenza a prendere in mano i due romanzi di cui sopra. Ma poi la noia della lunga estate emiliana ha avuto la meglio sullo schifo e ho così avuto il piacere di leggere “Sonno Profondo” (2003) e “Arcobaleno” (2005). Devo dire che ne sono rimasta sorpresa e piacevolmente colpita. Evidentemente, avendo io qualche anno in più, ho letto le opere di questa scrittrice con occhio diverso, più maturo. O semplicemente i miei gusti sono cambiati. O questi due romanzi sono meglio scritti di “Kitchen”, chissà.

In “Arcobaleno” si racconta la storia di Eiko, una ragazza che lavora prima nel ristorante della madre in un piccolo villaggio e successivamente in un ristorante indonesiano a Tokyo, chiamato appunto Arcobaleno. Viene data molta importanza a questi ristoranti come centro della vita di Eiko, come luogo sicuro in cui rifugiarsi e trovare il benessere e la pace interiori. Eiko si trasferisce poi a lavorare come governante nella casa del padrone di Arcobaleno e sua moglie. Fra lei e il padrone nasce un sentimento e la narrazione si dipana attraverso quello che Eiko osserva di lui, della sua vita, del suo matrimonio con la moglie, incinta di un altro.

In “Sonno Profondo” vi sono tre racconti, tutti incentrati su ragazze e il loro incontro con la morte.

La caratteristica che più mi è rimasta in mente di questa scrittrice, che poi è il suo punto di forza, è l’incredibile semplicità con la quale scrive. Una semplicità che è ben lontana da quella di Laurie Frankel, autrice di “Tu per ora #per sempre”, di cui abbiamo avuto modo di discutere nel Club dei Lettori Vaganti. La Yoshimoto, al contrario della Frankel, sa benissimo quello che fa ed è maestro nell’uso delle parole: non è che ne conosce solo 200, è che seleziona accuratamente tra le molte quelle da usare. Descrive in maniera poetica, lineare, minimalista la vita interiore dei protagonisti dei suoi scritti, ma allo stesso tempo riesce a colpire il lettore e a stimolare riflessioni profonde sulla vita, sulla morte, sull’amore. Ho letto che i giovani giapponesi s’identificano con i suoi personaggi in crisi, che si fanno le loro stesse domande, che si pongono i loro stessi dubbi. In questo senso devo dire, non ho la più pallida idea se ciò sia vero o no, perché non conosco e non frequento alcun giovane giapponese e non so una banana (ah ah) dei problemi di questo popolo. Ma mi fido che sia vero ciò che ho letto su Wikipedia. Altra cosa che ho adorato di questa scrittrice è l’assoluta mancanza di giudizio  nei confronti dei suoi personaggi, delle loro azioni , scelte, modi di fare, mentalità, carattere. Tra chi beve a gogò, chi si fa mantenere da un tizio, chi sta con un uomo sposato, ce ne sarebbe da giudicare. Ma l’impressione che passa è sempre che queste siano esperienze che fanno parte della vita, che sono neutre in sè. Banana non ci attacca mai etichette negative sopra. E nemmeno positive, a dire il vero. Semplicemente le descrive, le espone, ne parla. Bravissima.

Voto ai due volumi: 8.

 

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Dunque pare che abbiano scritto un libro su di me, addirittura un romanzo e addirittura di 400 pagine. Questa notizia l’ho scovata nell’Internez e ho letto anche che questo scritto sta avendo un discreto successo. Ciò non mi stupisce affatto ed il perchè è presto detto: “Lui è Tornato” è uno prodotto letterario che ha come argomento me, ossia il Führer della gloriosa nazione tedesca. O meglio di quella che era un tempo una gloriosa nazione e che, grazie a me, tornerà presto ad essere. Quindi come poteva questo tomo non vendere bene, anzi benissimo? Pare anche che al momento lo stiano facendo tradurre in un buon numero di lingue straniere, cosa che senz’altro approvo in pieno: questa operazione servirà a diffondere maggiormente il volume nel mondo, facendolo arrivare in ogni angolo del globo. Ciò contribuirà a diffondere l’ideologia nazionalsocialista presso quegli sfortunati ignoranti che non conoscono la mia lingua madre. Tutto di guadagnato per me e per il mio progetto di rifondare quanto prima il partito e prendere di nuovo il comando della nazione, sostituendo quella donna tozza e ridicola, che infonde lo stesso ottimismo di un salice piangente: Angela Ferkel o come diavolo si chiama.

L’autore del romanzo è l’ottimo Timur Vermes, giornalista ed esperto di storia e politica, nato a Norimberga nel 1967. L’unico neo di questo giovane e brillante scrittore è il padre, di origine ungherese: dunque non scorre nelle vene di Vermes sangue ariano al cento per cento. Ma si tratta di un dettaglio sul quale sono disposto a chiudere un occhio, dato che sono certo di poterlo presto arruolare tra le mie fila come mio fidato collaboratore. Penso a lui ad esempio come capo dell’ufficio stampa o coordinatore del mio sito Internez nuovo di zecca. Se tutto va bene, potrebbe trasformarsi in uno dei miei più fedeli alleati; credo che gli commissionerò presto la stesura di un secondo romazo su di me, una sorta di seguito di “Lui è Tornato” nel quale viene descritta la mia inarrestabile ascesa quale capo supremo delle reti televisive tedesche unificate nonchè, come previsto, capo politico della Germania. Certo dovrò rassegnarmi al fatto che quest’uomo non possiede la stessa scioltezza di stile, la stessa capacitá descrittiva e la stessa dialettica che ho mostrato di possedere io ai tempi della stesura di “Mein Kampf”. Ma certamente potrò dargli qualche consiglio per migliorare e sicuramente lui lo accetterà con piacere. Insieme potremmo anche sviluppare una nuova trasmissione televisiva incentrata su di me nella quale compaio come protagonista assoluto, senza contorni e fronzoli inutili: presento, faccio l’ospite, tengo discorsi educativi e politici di varia natura, saluto il pubblico. Chiederò alla signorina Krömeier (ancora la chiamo col suo nome da nubile!) di fissarmi un appuntamento con Vermes quanto prima.

Chi l’avrebbe detto tutto questo quando mi sono risvegliato all’improvviso nel 2011 in un campo nei pressi di Berlino? Gli avvenimenti che si sono succeduti da quel momento, comunque, hanno confermato in pieno la mia ferma convinzione che sia stata la Provvidenza a scegliermi, a inviarmi di nuovo in Germania così tanti decenni dopo l’ultima volta che ero stato qui. La situazione politica e sociale di questa nazione, la quale al momento si trova in mano ad incapaci totali, è palesemente catastrofica: c’è parecchio da fare per rimettere in sesto le cose. Ecco perchè sono tornato!

Ma ora devo andare, in quanto sono atteso nella sala ospiti della rete televisiva per la decima celebrazione ufficiale dei miei successi. È rassicurante osservare come io raccolga consensi sempre crescenti ogni volta che vado in onda, come ai vecchi tempi. Vecchi tempi che, se Dio vuole, saranno in fretta di nuovo attuali.

 

 

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È sera tardi: salgo in camera e mi butto sul letto sfinita, ma non riesco a prendere sonno. Dopo qualche minuto, il mio sguardo cade sul comodino in betulla giapponese bonsai e sulla pila di libri e riviste, tra cui Vanity Fair e Le Mie Cose, che vi si è accumulata negli ultimi mesi: in cima a tutti uno dei volumi che più mi è piaciuto da un po’ di tempo a questa parte. Decido improvvisamente che vale la pena recensirlo su TITDTPTITDT(DB), Tutti I Tipi Di Tomi Per Tutti I Tipi Di Topi (Di Biblioteca), il portale on line che raccoglie estratti da tutti i volumi che siano mai stati pubblicati sulla terra da Guttenberg in avanti. Ci si trova di tutto, a volte anche la riproduzione completa di determinate opere: dalle saghe mitologiche dei cacciatori di foche del medioevo lappone all’ultimo, vendutissimo e-book di Matteo Labrozzo, uno degli autori più in voga del momento.
Accendo il mio portatile e subito mi rendo conto di avere problemi con la connessione ad Internet e di non riuscire ad accedere al sito http://www.tuttiitipiditomipertuttiitipiditopidibiblioteca.org Per fortuna che Tutti I Tipi di Tomi ha un Numero Verde attivo 24 ore al giorno a cui rivolgersi in caso di emergenza.

– Buonasera, Tutti I Tipi Di Tomi Per Tutti I Tipi Di Topi (Di Biblioteca), sono Lella, codice operativo DG&HTZY439-23/GHKL7, in che cosa posso aiutarla?
– Ehm…buonasera Lella, sono Eireen del blog La Pozione Magica e telefono per recensire un romanzo che ho letto di recente.
– Mi fornisca il suo codice cliente, per favore.
– Eccolo: **************.
– Grazie. Data di nascita e codice fiscale, per cortesia.
– ********** e ***********.
– Grazie. Attenda che verifico. (…) Lei è la madre di Ivar e Poäng Schiendieldorz?
– Veramente no. Ci dev’essere un errore: le ridò il codice cliente. **************
– Grazie. Attenda che verifico. (…). Lei è Eireen del blog La Pozione Magica.
– Ehm, esatto, come le dicevo prima. Desidero recensire un romanzo.
– Che romanzo desidera recensire Eireen? Mi fornisca nome dell’autore, titolo, casa editrice e codice ISBN, prego.
– Si tratta di “Le Mie Cose” di Marco Lazzarotto, Instar Libri, codice ISBN 978-88-461-0093-1.
– Attenda che verifico.
La ragazza mi mette in attesa e in sottofondo sento partire prima le note di „I Bambini fanno Ooh“ di Povia e poi di “Se Mi Lasci non Vale” di Julio Iglesias. Poco prima che io tenti il suicidio avvoltolandomi il cavo del telefono intorno al collo, Lella riemerge dall’oscurità.
– Mi scusi per l’attesa. Cominciamo col questionario.
– Scusi, non è possibile saltarlo? Si tratta di un passaggio particolarmente lungo. Passerei direttamente alla recensione.
– Mi spiace, ma abbiamo una procedura che io non ho il potere di modificare e comunque devo seguire le istruzioni a video. La prego di seguirmi attentamente. Da 1 a 10 quanto sono vere per lei le seguenti affermazioni, dove 1 sta per “ma che stai a ddi?” e 10 rappresenta “anfatti”. Affermazione nr. 1 “Ho trovato il romanzo Le Mie Cose di Marco Lazzarotto particolarmente originale e divertente.”.
– Direi 10.
– Grazie. Affermazione nr. 2…
L’elenco di affermazioni è abbastanza lungo e occupa i successivi dieci minuti della telefonata. Telefonata in cui segnalo il romanzo di Lazzarotto come surreale, geniale, imperdibile, da raccomandare tantissimo agli amici ed altri aggettivi ed espressioni simili. Dopodichè, finalmente, mi viene permessa la recensione libera. Lella mi chiede di confermare con un „Sì“ ad alta voce l’autorizzazione alla registrazione per scopo di training della mia recensione in diretta, non ancora rifinita e corretta per la pubblicazione sul sito http://www.tuttiitipiditomipertuttiitipiditopidibiblioteca.org
“Avevo già avuto modo di leggere il secondo romanzo di Lazzarotto, “Il Ministero della Bellezza”, di Indiana Editore e ne ero rimasta particolarmente affascinata, direi stregata. Quindi ho voluto subito acquistare anche “Le Mie Cose”, la sua prima opera. Devo dire che questo prequel si riconferma come uno scritto indovinatissimo e molto godibile, dallo stile assai originale e sorprendente. L’autore lascia briglia a sciolta la sua fantasia sterminata e procede ad inventare, per la gioia massima del lettore, ogni tipo di situazione assurda, ma in fondo non così improbabile. In quanto mamma, poi, mi ha colpito tantissimo come viene tratteggiato il personaggio della madre dei bimbi: una tipica genitrice di oggi, insicura e preoccupata più che altro di ottenere l’approvazione dei propri figli e degli espertoni di turno, più che di seguire il suo istinto su come educare i dolci pargoletti. Complimenti alla capacità d’osservazione dell’autore!”
– La ringrazio Eireen, abbiamo preso nota della sua recensione, che verrà sottoposta all’attenzione del nostro Caporedattore Denise Abbruscato e infine, se approvata, pubblicata su http://www.tuttiitipiditomipertuttiitipiditopidibiblioteca.org . Prima di chiudere la telefonata, la informo che il monitor mi segnala che questa per lei è la recensione nr. 100 e ciò le dà diritto automaticamente ad un premio. Può scegliere liberamente tra le seguenti possibilità. 1. Un abbonamento gratuito di un anno a Le Mie Cose, la rivista che segue il ciclo femminile più venduta in Italia. 2. Un buono sconto del 40% per un autotrapianto di peli pubici sul cranio. 3. Tutti i DVD di una stagione a sua scelta della serie TV Il Kebabbaro. 4. Una fornitura gratuita per 6 mesi di Foca-Cola. Ci rifletta e comunichi la sua scelta tramite il suo codice cliente sul nostro sito entro il trentun dodici. La ringrazio per avere utilizzato i nostri servizi e le auguro una buona serata.

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Qualche tempo fa mi lamentavo di avere smesso di leggere con costanza da troppo tempo e mi ripromettevo di ricominciare. Ce l’ho fatta. Anche grazie al Club dei Lettori Vaganti (a propo: qualche altro suggerimento per la prossima lettura anyone?), ma non solo. Ho avuto l’occasione e il piacere d’imbattermi anche in altri romanzi, grazie a suggerimenti colti soprattutto nella rete. Uno di questi è: “Il Metodo della Bomba Atomica” di Noemi Cuffia, Edizioni Liberaria. In realtà Jane Pancrazia Cole ne ha già fatto un’ottima recensione qui. Ma io ci tengo ugualmente a dire la mia.

Il romanzo sta andando bene, l’autrice è in giro per presentazioni varie e devo dire, con sollievo, che c’è un buon motivo dietro. Stavolta non si tratta della classica ciofeca spinta a mille da qualche casa editrice furba: si tratta invece di uno scritto di qualità. Un piccolo romanzo, un piccolo gioiello. Una storia nonostante tutto semplice (o forse no?) scritta in maniera semplicemente efficace. Delicata, ma anche terribile. Il male che si annida nelle pieghe della quotidianità. Il male che irrompe all’improvviso, quasi a interrompere l’ovvietà di una vita qualunque – o di due, o di tre. Il male che si arrampica sulle pareti dell’anima come un’edera. L’autrice ha infatti scelto di costellare la sua storia di piante di tutti i tipi, con la “scusa letteraria” di un flowerblog tenuto da Celeste, la protagonista della storia. Due livelli narrativi: il romanzo e il blog. Il leitmotiv delle piante, che accompgnano il lettore lungo la narrazione, così che pare quasi di sentire il loro profumo o di vederne le foglie. C’è anche il leitmotiv del conteggio dei battiti del cuore di Celeste, un cuore che soffre, un cuore che accelera alla minima emozione. Celeste è delicata, minuta e ha bisogno di essere protetta: e a farlo ci pensa Leone, suo compagno da sempre, così tanto tempo che nessuno dei due ricorda l’inizio della loro storia. Fin da subito, fin dai primi paragrafi, la descrizione soffocante del rapporto quasi morboso tra Leone e Celeste mi ha fatto sentire inquieta e a disagio. La relazione tra i due ha un che di claustrofobico, di ossessivo, di limitato e limitante. Leone e Celeste. Celeste e Leone. Solo loro due, nel loro piccolo mondo e il mondo fuori, lontano. Persino quando arriva Umberto, in realtà, si ha l’impressione di un maggiore soffocamento, non di maggiore aria. Sarà per gli spazi ristretti, bui e bollenti dell’appartamento di Umberto e della sua anima? Comunque non si respira, manca l’aria. Complimenti a Noemi Cuffia, quindi, per avere saputo rendere così bene questa dimensione oscura e malata del rapporto di coppia. Ma non vi spaventate, non si tratta di un racconto dell’orrore, né di una lettura da incubo. Si tratta invece di una storia affascinante, magnetica, “che prende” e che, in qualche modo, lascia una traccia persistente da qualche parte. Con un finale che toglie il fiato (o apre il respiro?). VOTO: 8+, consigliatissimo.

 

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