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Archive for the ‘Secondo me’ Category

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Quelle wonder-mamme che non esistono

Care mamme, auguri a scoppio ritardato! Vorrei che questa fosse la festa delle mamme normali. Basta con l’idea che si possa essere mega-manager di una multinazionale, sempre in viaggio, con due lauree e la terza in arrivo, impegnate in attività di volontariato, autrici un paio di blog di successo e, nei ritagli di tempo, studentesse di un corso intensivo di cucina etica. Tutto questo avendo tre figli e il quarto in arrivo. Millantando che per i pargoli si è presentissime, devote e dedicate. Che li si accompagna a nuoto, a scuola, alle feste, che li si applaude agli spettacolini di Natale e gli si racconta ogni sera la favola della buonanotte. Per giunta comparendo in interviste in cui si dichiara che si va a letto ogni sera stanche, ma felici. Ci vogliamo mettere in testa o no che queste wonder-mamme non esistono? Non si può avere una carriera di grido ed essere l’angelo del focolare allo stesso tempo! Diciamo l’inconfessabile verità: queste mamme hanno due babysitter, quattro nonni a disposizione, la nanny, la donna che stira, quella che pulisce, l’iscrizione alla scuola a tempo pieno per i propri figli e la favola della buonanotte è registrata su un nastro che parte in automatico tramite una app mentre la mamma è a Tokyo per una conferenza. Che si abbia il coraggio di dire le cose come stanno! “Sono donna manager e a stare dietro ai figli non ce la faccio, perciò ho otto persone che lavorano per me e mi danno una mano”. Che cosa invece, spinge queste donne a fingere che gestiscano tutto loro? Perché si deve promuovere l’idea della donna multitasking, che fa sette cose alla volta e tutte bene? Che mentre cucina l’arrosto, telefona in tedesco per chiudere un accordo commerciale? Si tratta di un modello sano? O così si spingono tutte le madri “normali” a sentirsi in colpa per non essere all’altezza? E se il modello sano fosse quello di una donna che arriva dove può, con un lavoro ordinario e figli mediamente nella norma, seguiti senza eccessi? Pensiamoci.

Evelina Dietmann,

Questo blog sta obiettivamente tirando gli ultimi, ma ogni tanto l’autrice si risveglia dal suo sonno creativo, scrive qualche riga e poi torna nel regno del Morfeo degli scrittori. Qualche giorno fa mi sono scossa per parlare su “Italian” di Beppe Severgini di queste mamme-manager multitasking che celano a se stesse e al mondo una brutale verità, cioè che hanno mille aiuti di cui preferiscono tacere. Tacciono perchè mentono a se stesse (faccio tutto io, guarda che gran mamma che sono), agli altri (per non essere criticate, suppongo) o entrambe le cose. Questa scemenza enorme, questa convinzione che si possa fare tutto da sole, mi bolliva in testa da parecchio. Sono convinta che sia deleterio diffondere e supportate la bugia che una madre possa essere totalmente presente in famiglia e allo stesso tempo totalmente presente sul lavoro, per giunta senza avere alcun genere di supporto. Come dice una mia cara amica, le palle stanno in poco posto: fare tutto e bene non è possibile. E sono stufa di chi continua a sostenere che lo sia. Il mio post, pubblicato ieri, ha avuto un discreto successo: ben 93 “consiglia” su Facebook! Mi concedo questa piccola vanteria: credo sia un bel segno che l’argomento è sentito e che le donne sono stufe di questo assurdo clichè della wonderwoman domestica.

Sulla stessa scia, mi sento di consigliare un post interessante e divertente di Domitilla Ferrari, mamma manager notoriamente impegnatissima su diversi fronti e con ampio successo http://www.domitillaferrari.com/semerssuaq/sono-una-brava-mamma/ Che dire? Brava Domitilla, complimenti per la sincerità e il coraggio di dire le cose come stanno!

 

 

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Diciamolo: acquistare on line è una gran comodità. Piove, ci sono 3 gradi fuori e non hai voglia di muoverti da casa? Acquista on line! Sei il classico tipo che vuole vedere almeno 34 paia di scarpe prima di decidere quale eleggere a tua preferita, ma ti scoccia girare per negozi come un(a) pazzo/a? Acquista on line! È divertente, comodo e veloce. E se poi non ti piace quello che hai comprato, basta restituire: anche questo è semplice e veloce, perlomeno qua in Germania. C’è, secondo me, un’unica, tremenda scocciatura. Cioè? direte voi. Che rischi troppo facilmente di sbagliare la taglia? Noooo. Che regolarmente il capo che ti arriva è deludente rispetto a come te lo eri immaginato? Noneeeeeeeeeeee. La vera scocciatura, la vera grandissima rottura di scatole è la successiva BEWERTUNG! Eeeeehhhh? Che cos’è, il nome di una malattia rara? No, “Bewertung” semplicemente significa VALUTAZIONE. Insomma, la cara vecchia review che fa tanto trendy oggidì. Regolarmente dopo ogni acquisto on line, ti arriverà il fatidico messaggio nella casella di posta:  “Hai comprato un prodotto sul nostro sito? Bewertalo, per favore, cosí aiuterai gli altri clienti a decidere meglio. Sei soddisfatto dei nostri servizi? Bewertaci, di a tutto il mondo che cosa pensi di noi, fai sapere al pianeta intero come ti abbiamo servito. Oppure ancora: aiutaci a migliorare, dicci se e dove abbiamo sbagliato, giuro che faremo di tutto per essere più vicini ai tuoi gusti e alle tue esigenze!”. Io, lo confesso, da brava personcina col suo bel senso del dovere ipertrofico, rispondo quasi sempre all’invocazione. Clicco sul link, mi ritrovo sul sito e poi inizio o a scrivere liberamente quello che penso del prodotto (Scarpe eleganti e comode, anche se il colore è più chiaro di come si vede nella foto) o a riempire le caselline (da 1 a 10 quanto sei soddisfatto dei tempi di consegna, dove 10 è “non potevo chiedere di meglio” e 1 è “ciofeca senza appello”). E la seconda possibilità è davvero una seccatura senza limiti. Le domande paiono non finire mai. Da 1 a 10 quanto ci consiglieresti ai tuoi amici? Da 1 a 10 quanto stai riflettendo se passare ad un’altra ditta? Da 1 a 10 quanto è stato amichevole l’operatore che l’ha contattata? Da 1 a 10 quante volte hai sognato di noi la notte? E mi viene da dire: da 1 a 10 quanta voglia ho di mandarvi aff….? Ma allora, direte voi, perché non la smetti di autotorturarti e non lasci perdere queste Bewertungen? Sì, ma poi penso che a ma fa piacere, quando acquisto on line, trovare le valutazioni degli altri clienti. Se 8 su 10 dicono che il maglione si restringe dopo il primo lavaggio, io mica lo compro. Se vedo che 34 persone ne parlano come del capo perfetto, sarà più facile per me cliccare su “Metti nel carrello”. E se dico la mia sull’esperienza avuta col servizio clienti della ditta XY, forse ci sono speranze che gli operatori del call center diventino più simpatici (poveri loro, in realtà un po’ li capisco quando sono stronzetti o svogliati). Il punto è che bewertare è diventata una moda un po’ troppo invadente. Compri un paio di guanti e ti tocca bewertarli. Compri dei calzini scaldapiedi per la notte e ti tocca bewertarli. Compri una crema contorno occhi e ti tocca bewertarla. Ffffffff…. E poi non capita anche a voi di comporre il nome di un sito nella barra degli indirizzi e poi di trovarvi la pop-up window davanti che dice: “Prenditi 5 minuti per bewertare il nostro sito!”. O di essere nello studio di un medico e vedere sul tavolino in sala d’attesa le cartoline “Bewerta il nostro studio medico, dicci che cosa pensi di noi!”. E al supermercato? E dal benzinaio? E negli uffici pubblici? O in Italia forse questa moda non è ancora arrivata a livelli così malati? Mah, esprimo perplessità. E fate attenzione se finite a letto con uno sconosciuto dopo una notte brava in discoteca. No, non intendo QUEL tipo di attenzione. Dico preparatevi perché dopo i bagordi, il vostro nuovo compagno di letto potrebbe tirare fuori anche lui/lei una cartolina da compilare con su scritto: “Come sono andato da 1 a 10? Bewertami, aiutami a migliorare le mie prestazioni!”.

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La Tipica Persona Moderna Molto Connessa (TPMMC) apre gli occhi alle 06:30 grazie all’allegro trillo della sveglia del suo cellulare smartphone. Alle 06:35 si connette rispettivamente alla posta elettronica, sia personale, che di lavoro, a Facebook, a Twitter, a Pinterest, a Google +. Giusto per vedere se ci sono novità.

Alle 07:00 è in cucina che fa colazione e legge il suo bravo quotidiano on line. Twitta subito il link alle news più interessanti e aggiorna lo status di Facebook così: “Appena tirato su dal letto. Ma è solo lunedì?”. Dopo avere pubblicato una foto dei propri piedi in pantofole su Instagram ed essersi lavato e vestito, esce di casa per raggiungere il luogo di lavoro. Lungo la strada, non manca di aggiornare i suoi 1749 friends (+ 54 pending requests) della situazione traffico. Tra l’altro, fortunatamente, ha una app che gli consente di evitare le strade più intasate della città e arrivare in ufficio in metà tempo.

Giunto a destinazione, controlla se nel tragitto parcheggio-ufficio non vi siano state novità su Facebook, Twitter, Instagram e Pinterest (sai mai…). Dopodichè shara una foto della sua scrivania intasata di pratiche su tutti i social network che conosce. Verso le 10:00, dopo il miting, scrive un nuovo post su uno dei suoi tre blog, naturalmente corredato da fotografia scattata con lo smartphone e subito ripubblicata su Instagram. Pubblicato il post, piazza il link all’istante su Facebook e Twitter. Poi retwitta un twitter di un personaggio in vista, che gli è piaciuto tanto, aggiungendo un commentino personale.

Verso le 13:00, dopo essersi scambiato 23 sms con un amico per concordare un orario per l’ape, fa un salto al bar per un panino al volo. Sia chiaro: il panino è stato scelto scelto dopo un rapido sondaggio tra i friends di Facebook, che gliel’hanno consigliato in base alle foto da lui postate. Alle 13:30, dal tavolo del bar, aggiorna il CV su LinkedIn, dato che è in cerca di nuove opportunità professionali.

Alle 14:00 la TPMMC è di nuovo alla sua postazione, dove per circa un paio d’ore scambierà e-mail col collega che sta due scrivanie più a destra, per mettersi d’accordo su che cosa dire in una videoconferens con l’America.

Alle 16:00 controlla se ha ricevuto commenti al suo ultimo post e va a commentare i post dei blog che followa. Alle 16:30 carica le foto del suo recente viaggio in Thailandia su Flickr. Alle 17:00 si annoia e quindi piazza su Pinterest l’immagine dell’ultimo e-Book che ha letto e casomai lo recensisce su Anobii.

Verso le 18:00 ha l’ape in centro nel posto più trendy, scovato con Foursquare. Sì, esatto, mi avete anticipato: posterà su qualche social uno scatto dello Spritz con cannuccia e ombrellino di carta dentro. Uscito dal locale, un po’ brillo, gira un video di sè che balla il Gangnam Style e lo posta subito su Vine. La versione lunga finisce invece su YouTube. Dopo qualche ora, il video è già stato condiviso da tutti i friends, fans, followers, i quali lo imitano e postano a loro volta video dove ballano ubriachi il Gangnam Style.

Alle 20:00 la TPMMC arriva a casa e cena con una lasagna scaldata al microonde e naturalmente shareata su Facebook. Alle 20:30 controlla quanti like ha raccolto su Instagram e quante stellinate su Twitter.  Alle 21:30 si mette su Skype per chattare con il/la partner, che ha conosciuto su Meetic e che abita a sei chilometri da lui/lei, ma è raggiungibile solo in 45 minuti, causa congestione stradale perenne. Con egli/ella, egli/ella fa sesso virtuale e poi se ne va a letto. Non senza prima avergli/le mandato un’e-mail con scritto “ILY!”. Alle 23:00, sfinita, la TPMMC finalmente si addormenta. Sui sogni che fa, scriverà l’indomani un piccolo pezzo, da pubblicare su un forum on line.

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Genitore 1 e genitore 2. A quanto pare, l’idea di sostituire le diciture “madre” e “padre” con le etichette appena citate, ha causato più di una discussione recentemente in Italia. Chissà, forse più perché il ministro che si è detta d’accordo con la proposta, la dott.ssa Kyenge, è africana, più che per la proposta in sé.

Sarà, ma a me questa cosa di genitore 1 e 2 mi ricorda tanto l’idea di volere togliere tutti i crocifissi dalle classi per rispetto ai bimbi musulmani e l’altra idea balzana – per fortuna mai passata – di voler eliminare la festa della mamma e quella del papà, per rispetto ai bimbi che una mamma oppure un papà non li hanno. Io dico che a questo punto sarebbe meglio sospendere anche la festa del lavoro, per rispetto a chi è disoccupato e potrebbe sentirsi offeso. Di questo passo non finiremo mai di eliminare diciture, feste e tradizioni, pur di prendere in considerazione tutte le situazioni possibili ed immaginabili e non ferire o discriminare nessuno.

Ci sono diversi tipi di famiglie oggi, nessuno lo nega. La composizione di questi nuclei è spesso variegata, interessante, ricca, per un motivo o per un altro. Famiglie miste, famiglia multiple, famiglie omosessuali, famiglie tradizionali (ci sono pure quelle, non dimentichiamole, altrimenti finiremo per discriminarle!). Importantissimo tenere conto di queste differenti realtà e fondamentale è la promozione della parità dei diritti e dei doveri per tutti. Va da sè, infatti, che non possiamo far finta di niente e pensare che ancora oggi l’unico modello accettabile e diffuso sia quello di mamma e papà sposati in chiesa che hanno avuto uno o più figli dopo il matrimonio. Ormai non funziona più (solo) così, che ci piaccia oppure no.

Ma siamo sicuri che al momento presente sia così urgente cambiare le diciture burocratiche “madre” e “padre” con “genitore 1” e “genitore 2”? Siamo sicuri che la vera integrazione culturale passi necessariamente da lì? Dico, non stiamo un po’ esagerando?  Perchè allora, una volta fatto questo passo, non possiamo più permetterci di trascurare alcun caso. Sul serio.

Per esempio, vi sono bambini che il genitore 2 non ce l’hanno affatto: magari vengono cresciuti da una madre o un padre single. E questo potrebbe creare discriminazione, perché la madre o il padre sarebbero costretti a lasciare vuoto lo spazio accanto a “genitore 2” sul modulo d’iscrizione all’asilo/scuola, fatto pesante da sopportare. Dunque propongo di aggiungere, accanto a “genitore 2”, tra parentesi le parole “se presente”.

Ma allo stesso modo non possiamo dimenticare quei bambini, che, disgraziatamente, i genitori li hanno persi entrambi (ahimé succede anche questo). Come fare col modulo? Lascerei perdere “genitore” allora e proporrei qualcosa come “(o eventuale suo sostituto)” oppure ancora “figura di riferimento 1” e “figura di riferimento 2 (se presente)”. Scusate, vogliamo discriminare nonni e tutori legali? Non sia mai!

Passiamo ora ai bimbi che hanno una madre, un padre – o due padri oppure due madri – ma queste figure di riferimento (FdR) sono separate, sia che fossero in precedenza legalmente sposati o che fossero conviventi. Poi le due FdR si sono reinnamorate di altre persone e l’allegra famigliola si è quindi allargata. Negli anni il rapporto del bimbo con le nuove FdR si è consolidato al punto che oltre a genitore 1 e 2 nella sua vita sono presenti fortemente anche i nuovi partner. Vogliamo trascurarli? Vogliamo lasciarli da parte? No, mai e poi mai! Scriviamo allora sul nostro modulino, oltre a FdR1, FdR2 (se presente), anche FdR3 (se presente), FdR4 (se presente) e poi lasciamo lo spazio in bianco per l’aggiunta di eventuali altre FdR. FdR 5, FdR 6. Sai mai che genitore o FdR 1, dopo aver lasciato il nuovo partner, subentrato a suo tempo a genitore o FdR 2, si sia poi trovato un altro compagno o compagna. Verso l’infinito e oltre!

A questo punto sul nostro modulo si sarà creato un casino immenso. Oltretutto, vista la forte presenza di immigrati nel nostro paese, con nomi ai nostri occhi bizzarri o incomprensibili, una volta scritto il nome delle varie FdR, non si capirà più chi sia maschio e chi femmina (“Sì, ma in fondo che cosa conta?”, sento mormorare qualcuno dal pubblico. E in effetti…). Aggiungiamo allora per sicurezza, di fianco ad ogni dicitura, una casellina in cui mettere la crocetta per il “sesso”, M o F. E qui casca l’asino! Gli omosessuali che cosa mettono? E i travestiti? I bisex? I trans? Gli indecisi? Sì , lo so che queste sono più questioni di identità sessuale e non puramente di genere biologico, ma vogliamo far finta che tali questioni socio-cultural-politico-storiche non esistano affatto? Direi di no, per evitare discriminazioni. Mettiamo allora “sesso 1”, “sesso 2”, “sesso 3” e così via, senza specificare di più. Così sono tutti contenti.

Importantissimo poi non trascurare la questione dei bambini dei separati, di qualunque sesso e provenienza, che quindi abitano in due case diverse. Da lunedì a venerdì da FdR 1 e a weekend alterni da FdR3 (FdR2 se l’è data a gambe anni prima, vigliacco!). Direi sia indispensabile mettere “indirizzo 1” e “indirizzo 2”…

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Certe volte un’immagine o un fatto accaduto sono più efficaci per spiegare le differenze tra due popoli di mille trattati, cento tesi di laurea o dieci compendi socio-psico-storici.

In agosto ho trascorso tre settimane nella mia piccola – ma dotata di una sua dignità – città natale in Emilia-Romagna, passando mattine e pomeriggi in piscina col bambino bionico.

Tipicissima scena a cui assistevo quotidie, con protagonista la tipicissima madre italiana:

Il bambino, non necessariamente piccolissimo, si aggira per il parco che circonda la piscina, corre, salta, esplora, gioca, incontra altri bimbi, ci litiga, poi ride, piange, va sull’altalena, scende, sale sullo scivolo, scivola, si diverte. In poche parole: fa il suo mestiere di bambino, come tutti i bambini del mondo. La mamma dal canto suo lo sorveglia continuamente, gli va dietro fisicamente ovunque lui vada, lo tiene sott’occhio, lo accompagna, gli fa sentire la sua presenza soffocante costante, lo redarguisce, lo controlla, previene i suoi problemi, lo protegge, gli fa da scudo, lo fa sentire coccolato, curato, viziato, circondato di attenzioni. Gli chiede di continuo: Hai freddo? Hai caldo? Hai sete? Hai fame? Vuoi andare a casa? Vuoi stare qui? Tutto a posto? Se il bimbo, ad esempio, inciampa e cade, pur se non si è fatto nulla di grave, la mamma italiana accorre ai 200 all’ora da cento chilometri di distanza (anche se in realtà non si trova mai a più di due metri e mezzo da lui), lo tira su da terra, lo consola, lo abbraccia, lo avvolge nell’asciugamano, chiama il marito in ufficio per raccontare l’accaduto, mentre lo stesso fanno zie, nonni, cugini, parenti vari e amici accorsi immediatamente in massa sul luogo dell’incidente per recare soccorso e consolazione.

Il bambino bionico in piscina ha conosciuto e fatto amicizia con due bimbe tedesche, con le quali ha giocato per un paio di pomeriggi. Le bimbe avranno avuto circa quattro e sette anni. In due giorni ho visto il padre venire verso di loro una volta soltanto, per dire” Bimbe, è ora di andare a casa!”. Per il resto nulla: entrambi i genitori erano lì nei dintorni, ovviamente, ma restavano nel loro ambito. E, non solo si fidavano che le bambine sapessero cavarsela da sole e sarebbero tornate da loro in caso di bisogno, ma rispettavano anche l’autonomia delle piccole, pur essendo come detto, presenti a distanza di sicurezza.

Da parte mia arrivavo in piscina col bambino bionico, lo sguinzagliavo e indi mi piazzavo sullo sdraio a leggere un libro, buttandogli un occhio periodicamente, per controllare che non facesse danni. Sono più che certa di essere passata tra le altre genitrici per “madre degenere e indegna”. Forse , chissà, qualche volta hanno anche pensato di far intervenire l’assistente sociale…

 

 

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Ultimamente mi capita di leggere e di sentire troppo spesso un’affermazione, con tutte le sue varianti, che trovo irritante, inflazionata, ingenua, superficiale, fastidiosa e purtroppo anche assai dannosa. Il concetto è questo: “Se tu, genitore, stai male per qualsiasi motivo, tuo figlio assorbirà l’energia negativa che emetti e ne risentirà, sia a breve che a lungo termine. Quindi cerca di tornare a star bene in fretta o danneggerai il piccolo. È un tuo dovere. Perchè i bambini sono come spugne, si sa: assorbono tutto.”. Più spesso che no, un concetto di questo genere è riferito alle madri, principali figure di riferimento di un bambino.

Ora, tralasciando il fatto ovvio che uno non fa certo apposta a stare male, ma vogliamo pure mettergli addosso l’ansia e l’angoscia insopportabili di dover stare di nuovo bene velocemente, altrimenti lascia un trauma incancellabile nell’animo del proprio pargolo? Signor che responsabilità assoluta! E siamo proprio sicuri sicuri che il cucciolo abbia come unica fonte di riferimento per il proprio benessere ed equilibrio il genitore in sofferenza? Che durante la giornata assorba soltanto la presunta negatività che arriva da lì? Piuttosto che gravare una donna o un uomo di un peso simile, non dimenticherei la presenza nella vita del bimbo dell’altro genitore – che si spera stia meglio – di eventuali fratelli, di zii, di cugini, delle tate dell’asilo, degli amichetti, dei vicini di casa. Anche queste persone, con la loro energia e presenza, portano un contributo nella vita del piccolo. E non trascurerei neppure il fatto che ciascuno di noi in realtà nasce già con un carattere, un suo modo di essere, addirittura volendo una sua storia alle spalle; per cui d’accordo l’influenza genitoriale, d’accordo l’ambiente familiare e i suoi effetti, d’accordo i traumi infantili, ma insomma piantiamola con questa moda contemporanea di buttare le cause dei malesseri (o dei benesseri!) di un bimbo tutte e solo sul groppone materno e paterno, come se il mondo esterno non esistesse neppure!

E poi pensiamo se questa pover’anima di un genitore in sofferenza non ce la dovesse fare  a guarire in fretta. Poniamo gli venga una depressione terribile e certificata per la quale si deve curare tra psichiatri e psicologi per diverso tempo (capita!). Che fa, oltre a cercare di ristabilirsi, che già è una fatica, si deve pure macerare nei sensi di colpa e nella paura che un giorno il proprio angioletto debba sedere su una poltrona in pelle in qualche buio studio di psicologo per confessarsi e liberarsi così del suo trauma? Ma il punto che più di tutti mi preme portare alla luce è: siamo certi che il meglio per un bambino sia avere intorno tutto il tempo un genitore eternamente felice, sereno, equilibrato, gioioso, allegro e in conclusione perfetto? Mi permetto di nuovo di esprimere dubbi al riguardo attraverso una catena di domande. Chi lo dice che bisogna offrire ad un bimbo un mondo fatto di nuvole rosa dove la mamma sta solo bene, è in pace col mondo a ogni ora del giorno, magari non si arrabbia mai eccessivamente, è forte in ciascuna situazione e – tornando all’inizio – se sta male, torna velocemente la suo status di benessere, così da non influenzare negativamente i figli? Siamo certi che la ripercussione di un eventuale periodo pesante per la mamma o il papà sarebbe davvero così negativa sul pupo? Poniamo che ad una mamma accada di avere quello che una volta si definiva esaurimento nervoso e poi – con i suoi tempi e i suoi modi – lei si riprenda. Non potrebbe questa forse essere un’enorme lezione di vita per il bambino? Non sarebbe positivo che egli assistesse alla caduta e alla rinascita dell’essere umano più importante per lui, imparando così che la vita sì, è fatta di dolore e prove, ma che ci si può infine rialzare e tornare a stare bene, forse addirittura meglio di prima? Se stare con un genitore che soffre insegnasse qualcosa a un bambino su come si sta al mondo? Se lo mettese in sano contatto col fatto che nella vita non va sempre tutto a meraviglia, che siamo imperfetti e possiamo essere tristi, depressi, demotivati, spaventati e che va bene così? Se addirittura quel bambino avesse bisogno di quella “prova” per capire tutta una serie di cose su stesso che altrimenti non capirebbe mai? Se attraverso l’esempio della storia materna o paterna imparasse a stare dritto nella tempesta della sofferenza e a vedere la luce in fondo al tunnel? In fondo, che ne sappiamo noi?

Ma soprattutto, mi permetto, che ne sanno davvero fino in fondo coloro che si spacciano per esperti dell’infanzia: pedagoghi, tate, pediatri, educatori, psicologi? Sia chiaro, non voglio dire che queste persone non siano qualificate, che il loro parere non valga nulla, che dicano solo cavolate. No, anzi, mi sento di valorizzare il lavoro che quotidianamente compiono per aiutarci a crescere i nostri figli. Ma entro certi limiti! Trovo che un po’ troppo spesso noi genitori li ascoltiamo come se fossero dei guru, come se le loro parole fossero indiscutibili, come se veramente loro fossero nella testa e nel cuore dei nostri bambini e che li capissero meglio di noi. Quando in realtà a volte questi “maestri” non tengono conto del fattore umanità, del fatto che ogni bambino è a sè e noi che ne sappiamo veramente di quali conseguenze avrà un fatto che gli capita oggi sulla sua vita e la sua psiche futura? E poi non dimentichiamo che tutte queste regole da esperti, frutto di anni e anni di studi scientifici serissimi, a volte a distanza di anni e riviste con altre basi culturali, si possono rivelare delle enormi scemenze. Che oggi gli esperti dicono BEO e domani negano tutto e dicono FUFFI e dopodomani tornano a dire “BEO forever e dimenticate FUFFI!”. Che le teorie vanno e vengono e a volte è solo questione di moda. Che in fondo poco o nulla sappiamo dell’animo umano e di come si evolve dalla nascita in poi. Del resto non era vero fino a pochi decenni fa – solo per citare uno fra i tanti possibili esempi – che l’omosessualità fosse una devianza della psiche provocata nei maschi da un cattivo o errato rapporto con la madre? Ma nell’antica civiltà greca non era forse l’omosessualità vista come un fatto normalissimo? E oggi non è forse sempre più di nuovo accettata come qualcosa di naturale e possibile? E quindi….

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Un caffè, prego!

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Qualche giorno fa su “Italians” di Beppe Severgnini è stata pubblicata questa lettera:

L’Italia (r)esiste grazie a noi, persone normalissime

Caro Beppe, devo dire che la lettera di Alessandro Cantoni (“Chi decide di restare” – http://bit.ly/17AuZt1) ha sollevato un tema che mi colpisce molto, e non solo me, viste le recenti lettere su “Italians”. Anche io sono uno di quelli che ha scelto di restare, conscio delle difficoltà della vita di tutti i giorni, e ogni tanto mi chiedo chi me lo fa fare. Poi mi guardo attorno e penso che il mio paese, che tanto mi ha dato, merita pure qualche sacrificio. Come ha detto Kennedy nel suo discorso di insediamento “Non chiedetevi cosa il paese può fare per voi, ma cosa voi potete fare per il paese”. Io credo che se tutti quanti iniziassimo pensare in questa ottica, l’Italia sarebbe il posto più bello del mondo (si’ lo so, sono di parte!). A mia moglie, laureata cum laude e master in Cattolica, il direttore di stabilimento, terza media con diploma tecnico preso alle serali, ha detto alla prima riunione “Il caffè fatevelo fare da Cristina!”. A quell’epoca sarebbe stato facile andare all’estero, qualunque posto fosse, dove a 30 anni sei già manager strapagato e valorizzato. Più difficile è stato restare e guadagnarsi il rispetto con le unghie e con i denti. Però adesso dopo tre anni di lotta vuoi mettere la soddisfazione per i risultati raggiunti? Anche noi abbiamo subito gli autobus in ritardo, i servizi scadenti e amenità varie. A me, pendolare giornaliero tra Verona e Milano, hanno aumentato l’abbonamento dell’8% annuo. Però restiamo, e paghiamo la scuola dei nostri figli, anche la carta igienica che adesso le scuole non riescono a comprare, la pensione e le cure mediche dei nostri genitori, e dei genitori di chi le tasse le paga a uno stato estero. L’Italia esiste grazie a noi, persone normalissime e non eroi, che amano troppo il loro paese per andarsene, e che guardano con un po’ di invidia chi vive con tranquillità la sua esistenza a Vienna o Londra. Poi guardano il tramonto su piazza Bra a Verona, e pensano “No, io non me ne vado!”… Prima di innervosirsi per i 20 minuti di ritardo del bus.

Andrea Paglierini

Della lettera si potrebbe discutere a lungo, ma quello che colpito me sono state queste parole:

“A mia moglie, laureata cum laude e master in Cattolica, il direttore di stabilimento, terza media con diploma tecnico preso alle serali, ha detto alla prima riunione “Il caffè fatevelo fare da Cristina!”.”. Capiamoci. Spiegatemi. Charitemi. Qua il punto sarebbero i titoli di studio? Ossia se Cristina avesse avuto la terza media e il direttore il master in Business Administration, sarebbe stato corretto chiederle di fare il caffè per tutti? Oppure si vuole implicare che, se la moglie non avesse avuto un ruolo così importante  in azienda, se fosse stata invece, che ne so, una segretaria, sarebbe stato giusto dirle: “Fai il caffé per tutti”?. Illuminatemi. Aiutatemi. Il problema è forse la discriminazione verso le donne? Ma da quando in qua è corretto e sensato chiedere a un collega, uno qualunque, fosse anche il fattorino che porta i pacchi con la quinta elementare, di farci il caffè? Ma non esiste neanche in sogno! I titoli di studio non danno diritto a chiedere a un collega di farci da barista. Ma nemmeno se tu sei il CEO della Microsoft e io la receptionist, guarda! Ma manco se mi dici “Gentilmente, mi faresti un caffè quando hai un attimo, per favore? Grazie mille. Con poco zucchero eh! Gentilissima!”. No, neanche così me lo chiedi il caffè, scusa eh. Il caffè, chiunque sia io e chiunque sia tu, non te lo faccio! Sai che c’è piuttosto? Che alzi le sante chiappe dalla sedia e te lo fai da solo il tuo caffè! Echeccavolo!

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Oggi discutevo allegramente con un amico della qualità dei romanzi di successo.  E abbiamo dovuto concludere che per davvero l’equazione “successo=qualità” non è applicabile. Ci sono in giro troppi  volumi che stra-vendono e sono obiettivamente una schifezza. Primo su tutti un ormai classico della peggior letteratura di tutti i tempi: “Cinquanta Sfumature di Grigio” e compagnia bella. Un romanzo che si fatica persino a definire abominevole. Anche “Tu, per ora #per sempre” che stiamo leggendo col Club dei Lettori Vaganti, gli sta dietro a ruota. Per non parlare di “Harold Fry”, che però, va detto, in confronto ai due tomi summenzionati, è un piccolo capolavoro. Eppure sono libri che piacciono. Non alla critica, forse, ma ai lettori sì. Libri che vengono tradotti in decina di lingue, dal francese all’ubuntu, libri che troneggiano sugli scaffali delle librerie di tutto il mondo. Libri che tutti hanno letto, almeno stando alla fascetta. Eh già la fascetta: “Un romanzo epico, che ha venduto miliardi di copie solo col passaparola”; “La storia d’amore che non riuscirete più a scordare. Bestseller in 175 paesi”. E non solo la fascetta: tutto il resto! Pubblicità sui giornali, primi posti in classifica, trasmissioni TV. Io ho bisogno di capire. Perchè? Io e l’amico siamo giunti alla conclusione che sia tutta questione di marketing. Un segugio qualunque di una grande casa editrice intuisce il business dietro a una bozza e TAC! fa pubblicare l’osceno scritto. Poi il romanzo, o pseudo-tale, viene pompato a manetta, spacciato per capolavoro assoluto, diffuso in mondovisione e via! Il lettore medio, pigro e passivo, compra. E poi passa parola. E, mediamente, non capisce che ha in mano carta igienica, ma pensa di non avere mai letto nulla di così ben scritto, coinvolgente, divertente, interessante. Di buona scrittura non sa e non vuole sapere. Gli basta sapere che “ci faranno un film!”. WOW! Caro lettore, non hai capito che te lo stanno elegantemente infilando in quel posto? Non hai capito che hai pagato 18 euro per un mucchio di carta con un mucchio di parole a casaccio sopra?

Furbi però gli editori. Mica scemi gli autori. Se voi aveste scritto una ciofeca e Rizzoli vi promettesse stampa e diffusione con tutti gli onori, pensereste di non meritarlo? No. Vorreste andare avanti e vedere il vostro libro dappertutto? Sì. Il punto è che oggi più o meno chiunque può scrivere circa qualunque tipo di libro o prodotto letterario. Chiunque può credersi il prossimo candidato al Premio Strega. C’è Internet, ci sono i blog, ci sono gli e-book, ci sono gli editori in cerca di affari. Questi ultimi spesso non cercano la qualità, ma cercano la quantità. E oggi, anche grazie alla diffusione delle scuole di scrittura, chiunque può diventare scrittore, o almeno questo è quello che ci vogliono far credere. Frequenta un corso di scrittura e imparerai a scrivere! Hai talento? No? Fa lo stesso: segui le nostre regole e vedrai come diventi bravo. L’autrice di “Tu, per ora #per sempre” prima di pubblicare il suo masterpiece dei miei stivali, insegnava scrittura!!!! No, dico.

Oggi davvero è sufficiente seguire le pratiche istruzioni di montaggio in allegato e si può scrivere il bestseller dell’anno, manco fosse un mobile dell’IKEA!

Ci manca solo il lancio del prodotto relative sul mercato: il Romanzo Fai da Te! (se qualcuno che ha voglia di fare soldi è all’ascolto, può rubarmi l’idea).

 

La crisi vi ha fatto perdere il lavoro? Gli affari vanno male? Siete uno studente che ha bisogno di arrotondare o una casalinga disperata che si annoia? Siete una mestierante qualunque che non sa che caspiterina fare della sua vita? Siete un pessimo scrittore, ma allo stesso tempo una persona dall’ego smisurato che crede di avere un talento che il mondo non riconosce? Romanzo Fai da Te!

Con Romanzo Fai da Te è facile diventare un esordiente di successo o dare una svolta alla vostra miserrima carriera di scrittore. Basta seguire le semplicissime istruzioni e produrrete anche voi il prossimo capolavoro assoluto, l’imperdibile romanzo del secolo, il libro che non si riesce a smettere di leggere neanche per andare al cesso. Non avete talento? Non vi preoccupate, non serve talento vero e proprio, ma solo un poco di tempo a disposizione, magari mentre guardate la TV o pelate le cipolle per il minestrone. Siete sempre stati affascinati dai papponi sentimentali alla Rosamunde Pilcher e ne vorreste uno sul comodino col vostro nome sopra? Romanzo Fai da Te! Non riuscite ad aspettare l’uscita del prossimo tomo di Stieg Larsson? Romanzo Fai da Te! Volete a tutti i costi andare al cinema Odeon e dire eccitati agli amici: “Hanno tratto il film dal mio ultimo romanzo!”? Romanzo Fai da Te! Con Romanzo Fai da Te chiunque  può scalare le classifiche di vendita di qualunque paese. Il traduttore automatico è  incorporato! Vedrete il vostro capolavoro esposto in centinaia di vetrine, sarete intervistati dai giornali e comparirete in TV. Sull’autobus noterete gente che sta leggendo il VOSTRO romanzo! Sì, proprio il vostro, quello che è uscito dalla vostra tastiera, quello pieno di idee originali (secondo voi), pronto per la trasposizione cinematografica, acclamato dai lettori di tutto il pianeta. Già vi vedete a scegliere insieme alla Paramount il protagonista del movie tra Brad Pitt e George Clooney? Fate bene, perchè sarà proprio così che avverrà! Romanzo Fai da Te vi fornisce le idee di base per la trama, vi incoraggia con la scelta dei termini e vi suggerisce i trucchi per piacere al pubblico. Il costo del software è proporzionato ai vostri future guadagni: non fatevi ingannare dalle apparenze di un prodotto di lusso! Si tratta di un investimento per la vostra vita.

Leggete I pareri di chi ha già acquistato Romanzo Fai da Te:

Paola da Verona, autrice di „Il Sapore Vietato del Panbagnato e Altre Piccolezze“: “All’inizio non volevo crederci e mi pareva tutta una bufala. Ma poi  mi sono dovuta ricredere. Grazie a Romanzo Fai da Te,  ho scritto la mia prima raccolta di racconti in un mese e mentre facevo contemporaneamente  il mio lavoro di commercialista. All’editore è bastato leggere “Riccardo vide Lucia una mattina di primavera, mentre il sole brillava sui suoi occhi cerulei e profondi. Non aveva mai amato fino a quel momento” per capire che aveva in mano un potenziale best-seller. E infatti così è stato! Grazie Romanzo Fai da Te!

 

Giorgio da Bari (è appena uscito il suo „Caco e Melone“, già prenotato dalle case editrici di 15 paesi europei): “Alle elementari andavo malissimo in italiano e sono stato anche rimandato due volte al liceo. Le maestre e i prof non mi hanno mai capito, non hanno mai apprezzato il mio talento, la mia originalità. Con Romanzo Fai da Te ho potuto dimostrare a loro e al mondo che non era affatto vero che non sapevo scrivere: avevo solo bisogno di affinare il mio stile e con Romanzo Fai da Te questo è stato possibile. C’è chi ha detto che il mio romanzo ha una trama fiacca e che i personaggi non possiedono nessuno spessore psicologico. Tutta invidia e i dati di vendita lo dimostrano!”.

 

Dai una svolta alla tua vita: acquista anche tu Romanzo Fai da Te!

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Stava per uscirmi un post dalle dita, uno di quei post ispiratissimi, di quelli che ti vengono in mente quando meno te l’aspetti, tipo a notte fonda o mentre stai pelando le carote per cena e non resisti e devi correre a scrivere, costi quel che costi e allora molli tutto e ti butti sulla tastiera e senti che niente ti puo fermare, nè tuo figlio in lacrime, nè un incendio in salotto, nè un crampo al polso. Niente. Uno di quei post che scaturiscono dal cuore insomma, che vengono direttamente su dalle viscere, con urgenza, con immediatezza. L’argomento era: “Quante cose pensa tutte contemporaneamente una donna moderna” . Tipo: “Guardiamo sulla to-do list di oggi che cosa rimane da fare qui in ufficio, archiviare i faldoni del 2008, non è urgente, scrivere la lettera di sollecito, quello sì sarebbe da fare, ma facciamo domani che tanto non cambia niente, poi c’è la telefonata al fornitore che rimando da inizio anno, beh se l’ho rimandata finora, la posso rimandare ancora per un po’, poi devo correre a casa, uddio sono già le sei, ma prima passo dal super che abbiamo finito i cereali, poi stasera è la serata cyclette davanti alla TV, sono già due settimane che salto e si vede e soprattutto si sente, ma avevo promesso al bambino bionico di costruire un aereo di legno insieme e sono tre sere che faccio slittare sta cosa, non va bene, le promesse ai figli vanno mantenute, certo devo ricordarmi di leggere un po’, magari qualcosa d’intelligente non leggo mai, prima leggevo in sacco, certo ora ho meno tempo, tra l’altro saranno 3 settimane che mi propongo di fare quegli esercizi di grammatica francese, un po’ li ho fatti, ma così a spizzichi e bocconi” e via dicendo allegramente per tutta la giornata. Questo, più o meno, era quello che mi ero prefissata di scrivere. Poi, per caso, mi sono imbattuta su Feisbuc in un articolo simile al mio, ma di una persona abbastanza in vista nel suo ambiente. Questo articolo era scritto con uno stile diverso dal mio, ma il succo era quello. Era un articolo piacevole, ben confezionato e divertente. E pieno di commenti ed apprezzamenti da parte di chi l’aveva letto. Meritati? Certo. Ma poniamo avessi scritto io lo stesso identico articolo – o quello che avevo in testa – e poi l’avessi piazzato su Feisbuc o su simile social network. Io, che non sono nessuno, non sono nota nel mio ambiente (quale ambiente, poi?), non ho chissà quale CV, ne chissà quale passato alle spalle. Sono una persona normale, insomma, con i miei piccolo successi e i miei piccolo traguardi raggiunti, come ciascuno di noi. Quanti commenti e consensi avrebbe raccolto il mio pezzo? Di sicuro non tanti quanto l’altro articolo, quello della persona conosciuta. Perchè? Forse perchè meno di valore? Meno interessante? Meno divertente? Non credo. Credo invece che l’autore abbia un peso non indifferente sull’effetto che uno scritto ha sui lettori: credo che anzi l’autore abbia una rilevanza addirittura del 50% rispetto al messaggio del testo. Provate a pensare ad un articolo che avete letto di recente, un articolo del vostro giornalista o blogger o scrittore preferito. Pensate che vi sarebbe piaciuto allo stesso modo se non aveste saputo chi era l’autore? E se vi avessero detto, per esempio, che il tal pezzo era stato prodotto, che ne so, da Gad Lerner, per cui voi andate matti e poi l’aveste letto senza sapere che invece era stato il vostro vicino di casa a mettere insieme le parole, imitando Gad. Come avreste reagito? Vi sarebbe piaciuto? Avreste detto. “Ah certo che Gad non delude mai, come scrive lui, nessuno.” Ma non era Gad! E se Gad scrive un bellissimo pezzo, ma ve lo spacciano per scritto dal vostro fornaio? Lo trovereste comunque interessante? E pensiamo a certi blog famosi, prendiamo per esempio “machedavvero”, tra l’altro uno dei miei preferiti. Chiara Cecilia Santamaria scrive benissimo, con grande ironia e intelligenza. Col suo blog quattro anni fa è esplosa e in due e due quattro ha raccolto intorno a sé un pubblico enorme. Il successo lo merita tutto, ma…. Questa simpatica ragazza romana piace talmente tanto alle sue lettrici-adoratrici, che queste ormai non distinguono più un post buono da uno meno buono, righe ben scritte da altre buttate un po’ lì (poche in verità, ma ok). Siamo al punto che basta che Chiara scriva “Porpi ha fatto la pipì” che si ritrova in dieci minuti 80 commenti deliranti che dicono: “Sei meravigliosa, scrivi benissimo, ti adoro, mi fai morire dal ridere, come te non c’è nessuno!!”. Ci siamo capiti, no? Perchè se io, una Eireen qualunque, scrivo “Il bambino bionico ha fatto pipì”, raccoglierò intorno a me – giustamente in questo caso – un deserto. Perchè “X ha fatto la pipì” è una schifezza letteraria assoluta. Ma l’autore, come detto, pesa; eccome se pesa. L’autore, raggiunta una certa soglia di fama, può permettersi molto di più di un signor nessuno: ha in parte la garanzia di piacere in anticipo. Si sforzerà, d’accordo, di scrivere bene, ma sono convinta che possa mettere un poco meno energia in quello che scrive e raccoglierà più consensi di una persona qualunque che scriva qualcosa magari di più brillante e ironico. E un simile discorso vale per blog aperti da persone già famose, i quali – a prescindere dal valore del blog – attirano da subito decine di lettori. Ricordo con chiarezza, ad esempio, un blog-schifezza di qualche anno fa. Era stato aperto su commissione da una personaggia abbastanza in vista e nel suo spazio virtuale ella discuteva dei problemi quotidiani che una mamma si trova ad affrontare vivendo a Milano e non solo. Lo stile era pessimo, tipo temino scolastico, i pezzi poco interessanti e banali, gli argomenti noiosi. Eppure…eppure il blog piaceva. Ok, non ha sfondato, ma veniva letto eccome. Un poco lo trovo ingiusto, ecco. Anche se so che non può essere altrimenti.

Vi è piaciuto questo mio post? Che ne dite?

 

E se vi dicessi che questo articolo, invece di Eireen, l’ha scritto la Daria Bignardi…?

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ImmagineCari lettori, vi riporto il mio intervento di oggi su Italians e vi chiedo, se ne avete voglia, di rispondere alla domanda in calce:

A ciascun bebè, istruzioni per la vita

Cari Italians, alla nascita bisognerebbe dotare ciascun bebè di istruzioni per la vita: renderebbero tutto molto più semplice. Ho scritto, in ordine sparso, quelle che a suo tempo mi sarebbe piaciuto ricevere.

– Quello che pensi, diventi. – Sii tu per primo a dire grazie agli altri, senza aspettarti che lo facciano loro: sarà più facile evitare delusioni. – Ti racconteranno di due creature, nell’attesa delle quali ti consumerai: ma tu sappi sempre che non esistono. Si chiamano Babbo Natale e Principe Azzurro. – Gli altri non sono perfetti e nemmeno tu. E va perfettamente bene così. – Sii felice a dispetto di quanto accade al di fuori di te. – La vita non è giusta, o non lo è con i criteri che pensi tu. – Non ci sono né premi, né punizioni, ma soltanto cose che accadono. – Divertiti più che puoi. – Molla il controllo e lascia che le cose accadano. – La risposta è dentro di te… epperò è quella giusta!

In bocca al lupo!

E a voi, Italians, quali istruzioni sarebbe piaciuto ricevere?

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