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Archive for the ‘Vita da expat’ Category

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Diciamolo: acquistare on line è una gran comodità. Piove, ci sono 3 gradi fuori e non hai voglia di muoverti da casa? Acquista on line! Sei il classico tipo che vuole vedere almeno 34 paia di scarpe prima di decidere quale eleggere a tua preferita, ma ti scoccia girare per negozi come un(a) pazzo/a? Acquista on line! È divertente, comodo e veloce. E se poi non ti piace quello che hai comprato, basta restituire: anche questo è semplice e veloce, perlomeno qua in Germania. C’è, secondo me, un’unica, tremenda scocciatura. Cioè? direte voi. Che rischi troppo facilmente di sbagliare la taglia? Noooo. Che regolarmente il capo che ti arriva è deludente rispetto a come te lo eri immaginato? Noneeeeeeeeeeee. La vera scocciatura, la vera grandissima rottura di scatole è la successiva BEWERTUNG! Eeeeehhhh? Che cos’è, il nome di una malattia rara? No, “Bewertung” semplicemente significa VALUTAZIONE. Insomma, la cara vecchia review che fa tanto trendy oggidì. Regolarmente dopo ogni acquisto on line, ti arriverà il fatidico messaggio nella casella di posta:  “Hai comprato un prodotto sul nostro sito? Bewertalo, per favore, cosí aiuterai gli altri clienti a decidere meglio. Sei soddisfatto dei nostri servizi? Bewertaci, di a tutto il mondo che cosa pensi di noi, fai sapere al pianeta intero come ti abbiamo servito. Oppure ancora: aiutaci a migliorare, dicci se e dove abbiamo sbagliato, giuro che faremo di tutto per essere più vicini ai tuoi gusti e alle tue esigenze!”. Io, lo confesso, da brava personcina col suo bel senso del dovere ipertrofico, rispondo quasi sempre all’invocazione. Clicco sul link, mi ritrovo sul sito e poi inizio o a scrivere liberamente quello che penso del prodotto (Scarpe eleganti e comode, anche se il colore è più chiaro di come si vede nella foto) o a riempire le caselline (da 1 a 10 quanto sei soddisfatto dei tempi di consegna, dove 10 è “non potevo chiedere di meglio” e 1 è “ciofeca senza appello”). E la seconda possibilità è davvero una seccatura senza limiti. Le domande paiono non finire mai. Da 1 a 10 quanto ci consiglieresti ai tuoi amici? Da 1 a 10 quanto stai riflettendo se passare ad un’altra ditta? Da 1 a 10 quanto è stato amichevole l’operatore che l’ha contattata? Da 1 a 10 quante volte hai sognato di noi la notte? E mi viene da dire: da 1 a 10 quanta voglia ho di mandarvi aff….? Ma allora, direte voi, perché non la smetti di autotorturarti e non lasci perdere queste Bewertungen? Sì, ma poi penso che a ma fa piacere, quando acquisto on line, trovare le valutazioni degli altri clienti. Se 8 su 10 dicono che il maglione si restringe dopo il primo lavaggio, io mica lo compro. Se vedo che 34 persone ne parlano come del capo perfetto, sarà più facile per me cliccare su “Metti nel carrello”. E se dico la mia sull’esperienza avuta col servizio clienti della ditta XY, forse ci sono speranze che gli operatori del call center diventino più simpatici (poveri loro, in realtà un po’ li capisco quando sono stronzetti o svogliati). Il punto è che bewertare è diventata una moda un po’ troppo invadente. Compri un paio di guanti e ti tocca bewertarli. Compri dei calzini scaldapiedi per la notte e ti tocca bewertarli. Compri una crema contorno occhi e ti tocca bewertarla. Ffffffff…. E poi non capita anche a voi di comporre il nome di un sito nella barra degli indirizzi e poi di trovarvi la pop-up window davanti che dice: “Prenditi 5 minuti per bewertare il nostro sito!”. O di essere nello studio di un medico e vedere sul tavolino in sala d’attesa le cartoline “Bewerta il nostro studio medico, dicci che cosa pensi di noi!”. E al supermercato? E dal benzinaio? E negli uffici pubblici? O in Italia forse questa moda non è ancora arrivata a livelli così malati? Mah, esprimo perplessità. E fate attenzione se finite a letto con uno sconosciuto dopo una notte brava in discoteca. No, non intendo QUEL tipo di attenzione. Dico preparatevi perché dopo i bagordi, il vostro nuovo compagno di letto potrebbe tirare fuori anche lui/lei una cartolina da compilare con su scritto: “Come sono andato da 1 a 10? Bewertami, aiutami a migliorare le mie prestazioni!”.

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Amici

Ecco, alea iacta est: la decisione è presa.

Avete di recente ricevuto un’offerta di lavoro all’estero; avete conosciuto e vi siete innamorati di un/a meraviglioso/a uomo/donna che vivono altrove; i vostri genitori hanno deciso che la famiglia deve emigrare oppure ancora siete in partenza alla cavolo, vi volete lanciare all’avventura, zaino in spalla e dizionario in tasca, verso un meraviglioso luogo lontano e sconosciuto.

Avete soppesato i pro e i contro per mesi, avete riflettuto a lungo su quello che state per fare, avete trascorso orride notti con gli occhi spalancati nel tentativo di capire se avreste fatto la cosa giusta. Oppure anche no: una mattina vi siete svegliati e avete deciso che in capo a  un mese avreste dovuto a ogni costo vivere in Mozambico, pena la vostra felicità, senza curarvi troppo delle conseguenze.

Per ciascuno di questi diversi casi, una cosa è certa: in cuor vostro siete sereni che, una volta emigrati, non perderete i contatti con la madre patria; che i vostri amici vi rimarrano vicini, che vi skyperanno, facebookeranno, twittereranno, whatsapperanno e magari vi scriveranno anche una cara, vecchia e-mail non appena possibile, pur di non vedervi allontanare sul piano emotivo. In un’epoca connessa e globale come la nostra, come si può pensare di perdere il legame con degli amici veri solo a causa della distanza geografica? Ridicolo!

Siete certi, insomma, che anche all’estero sarà come essere lì, a casa, che i cuori vostri e dei vostri amici [parlo di amici, non di conoscenti] continueranno a battere all’unisono come se non vi foste mai allontanati. Orbene, lasciatevelo dire, siete degli ingenui: siete candidi e idealisti. Per carità, in questo non vi è nulla di male: lo sono anche io. Ma è bene che, prima di partire, sappiate che:

–      Sulle prime i vostri amici saranno straziati dalla vostra partenza e organizzeranno – si spera – feste e festini per salutarvi e abbracciarvi a lungo prima di non vedervi più con regolarità. Vi lasceranno anche un regalino a perenne memoria del legame irrecidibile che vi tiene uniti. Tutto ciò è meraviglioso.

–      I primi mesi del vostro espatrio sarà tutto un fiorire di e-mail, messaggi su FB, sms per chiedervi come state, come va, come vi trovate in quella terra selvaggia e dirvi quanto avvertono la vostra mancanza. Tutto ciò è meraviglioso.

–      Col passare del tempo, com’è perfettamente naturale e persino “expected” questo entusiasmo nei vostri confronti scemerà e il numero e la frequenza dei contatti diminuirà drasticamente. Tutto ciò non è affatto meraviglioso, ma fa parte della realtà dei fatti: siete lontani fisicamente e quindi più difficili da contattare. Accettatelo.

–      In conseguenza delle ovvietà elencate sopra, siate consapevoli che toccherà spesso a voi, se non sempre, prendere l’iniziativa e contattare i vostri amici rimasti a casa. Perché alla fine siete voi che vi sentite soli in terra straniera e avete bisogno di mantenere il legame con la madre patria. Non loro.

–      Purtroppo qua viene l’inghippo e la grande rivelazione che ho avuto io in questi anni: nonostante voi facciate ogni tipo di sforzo per non perdere il legame con le persone a cui volete bene, spesso i vostri sforzi non condurranno proprio a una cippa di nulla. Mi spiego: potete mandare quanti sms, e-mail o messaggi su FB volete, ma sappiate fin d’ora che sovente non verranno cagati pari. È così. Tranne qualche sparuto e coraggioso personaggio che tiene veramente a voi, gli altri avranno di meglio da fare che rispondere ai vostri messaggi. Loro a casa hanno una vita. In particolare sappiate che proprio le persone, grazie a dio non tutte, che hanno dichiarato che vi resteranno vicine comunque, che il legame che c’è tra di voi è più stretto di quello atomico, saranno le prime a cancellarvi dalla rubrica.

–      La prova suprema di quanto detto sopra è che nel momento in cui VOI smettete di mandare piccioni viaggiatori ai vostri amici, questi scompariranno nel nulla, come inghiottiti da un buco nero. Vi sareste aspettati che fossero loro, preoccupati dalla vostra assenza, a farsi vivi? Errore.

–      Se poi, passati lo stupore e  la delusione, decidete che vale la pena comunque mandare la duecentesima e-mail a Tizio, in cui raccontate come vi va e poi chiudete con “E tu, invece, come stai? Dimmi!”, sappiate che possono accadere due cose. La prima è che non riceverete mai risposta, come se non aveste mai posto la domanda. La seconda è l’amico vi manderà una risposta tipo: “Uh che bello avere tue notizie! Dai, ti racconto come sto, così ci teniamo aggiornati. Che bello, dai. Ora sono incasinatissimo/a eh, ma giuro su quanto ho di più caro al mondo che appena ho 45 secondi liberi, ti scrivo. Non vedo l’ora, un abbraccione.”, per poi inabbissarsi nelle paludi del nulla. È provato statisticamente, entrambi i casi accadono 9 volte su 10 (fonte: io).

Suppongo sia tutto naturale, come detto, e d’altronde non si può pretendere che tutti siano lí davanti al PC nell’attesa di potervi mandare un messaggio o chiedervi come state, dato che siete stati voi a decider di partire e a sparire dalla vista. Però fa tristezza lo stesso. La cosa positiva è che – come detto – non tutti coloro che avete lasciato a casa si comporteranno in questo modo e quindi per voi sarà facile “scremare” e capire chi davvero ci tiene a voi e chi invece replicherebbe alle vostre rimostranze con una risposta à  la Via col Vento, ossia con un bel “Francamente, mia cara, (di te) me ne infischio”!

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Certe volte un’immagine o un fatto accaduto sono più efficaci per spiegare le differenze tra due popoli di mille trattati, cento tesi di laurea o dieci compendi socio-psico-storici.

In agosto ho trascorso tre settimane nella mia piccola – ma dotata di una sua dignità – città natale in Emilia-Romagna, passando mattine e pomeriggi in piscina col bambino bionico.

Tipicissima scena a cui assistevo quotidie, con protagonista la tipicissima madre italiana:

Il bambino, non necessariamente piccolissimo, si aggira per il parco che circonda la piscina, corre, salta, esplora, gioca, incontra altri bimbi, ci litiga, poi ride, piange, va sull’altalena, scende, sale sullo scivolo, scivola, si diverte. In poche parole: fa il suo mestiere di bambino, come tutti i bambini del mondo. La mamma dal canto suo lo sorveglia continuamente, gli va dietro fisicamente ovunque lui vada, lo tiene sott’occhio, lo accompagna, gli fa sentire la sua presenza soffocante costante, lo redarguisce, lo controlla, previene i suoi problemi, lo protegge, gli fa da scudo, lo fa sentire coccolato, curato, viziato, circondato di attenzioni. Gli chiede di continuo: Hai freddo? Hai caldo? Hai sete? Hai fame? Vuoi andare a casa? Vuoi stare qui? Tutto a posto? Se il bimbo, ad esempio, inciampa e cade, pur se non si è fatto nulla di grave, la mamma italiana accorre ai 200 all’ora da cento chilometri di distanza (anche se in realtà non si trova mai a più di due metri e mezzo da lui), lo tira su da terra, lo consola, lo abbraccia, lo avvolge nell’asciugamano, chiama il marito in ufficio per raccontare l’accaduto, mentre lo stesso fanno zie, nonni, cugini, parenti vari e amici accorsi immediatamente in massa sul luogo dell’incidente per recare soccorso e consolazione.

Il bambino bionico in piscina ha conosciuto e fatto amicizia con due bimbe tedesche, con le quali ha giocato per un paio di pomeriggi. Le bimbe avranno avuto circa quattro e sette anni. In due giorni ho visto il padre venire verso di loro una volta soltanto, per dire” Bimbe, è ora di andare a casa!”. Per il resto nulla: entrambi i genitori erano lì nei dintorni, ovviamente, ma restavano nel loro ambito. E, non solo si fidavano che le bambine sapessero cavarsela da sole e sarebbero tornate da loro in caso di bisogno, ma rispettavano anche l’autonomia delle piccole, pur essendo come detto, presenti a distanza di sicurezza.

Da parte mia arrivavo in piscina col bambino bionico, lo sguinzagliavo e indi mi piazzavo sullo sdraio a leggere un libro, buttandogli un occhio periodicamente, per controllare che non facesse danni. Sono più che certa di essere passata tra le altre genitrici per “madre degenere e indegna”. Forse , chissà, qualche volta hanno anche pensato di far intervenire l’assistente sociale…

 

 

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Expat come me (e non solo)

 

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Sono espatriata da circa tre anni e in questo periodo ho avuto modo di guardarmi intorno, osservare gli altri expat e trarre alcune conclusioni. Ingenuamente, quando sono partita ero convinta che fossero tutti esattamente come me: entusiasti di avere lasciato lo Stivale, pronti all’avventura e, seppur in parte spaventati, curiosi dell’altrui culture, usi e costumi. Non è così. Oggi credo di poter dire che esistono perlomeno le seguenti categorie di espatriati:

  • Quella appena descritta sopra. La persona che è emigrata l’ha fatto per puro desiderio e senza intenzione di tornare (poi nella vita non si sa mai, ma intanto…). Magari lo sognava da anni, ma non aveva avuto l’occasione di farlo o i tempi non erano maturi. Arrivata nel paese di destinazione, cerca d’impararne la lingua, studia le abitudini dei nativi e si sente fortunata ad essere dov’è. Nonostante qualche attacco di nostalgia, ci tiene a continuare la sua esperienza all’estero.
  • Chi altrove ci è finito per necessità. Si tratta perlopiù di ricercatori o professionisti che nell’italica patria non sono riusciti a trovare una loro collocazione specifica ed hanno così accettato un’offerta di lavoro all’estero. Più che altro controvoglia o poco convinti. Una volta giunti sul suolo straniero, si dividono in due tronconi: quelli che si adattano e alla fine s’inseriscono in qualche modo e quelli invece che, se potessero, tornerebbero a casa di corsa (alcuni lo fanno).
  • Coloro i quali sono finiti in un altro paese per puro caso. La possibilitá di espatriare non gli aveva mai neppure sfiorato il cervello ed erano convinti che sarebbero morti sullo stesso suolo in cui sono nati. Invece la vita, il caso, il destino… Quasi sempre è successo a causa di un partner espatriato o straniero. Colpa di Cupido dunque ed eccoli in una nazione sconosciuta in cui si sentono disorientati e persi. Oppure si trovano benissimo.
  • Quelli che all’estero ci sono solo per un breve periodo: vedi Erasmus e contratti a tempo di varia natura. Costoro desideravano partire e gioiscono nel fare l’esperienza dell’espatrio, ma non si sognerebbero mai di renderla permanente e desiderano tornare sul suolo natio, dagli amici e dalla famiglia, non appena possibile. O per attaccamento alle radici o perché si rendono conto delle enormi difficoltà in cui versa l’Italia al momento e quindi desiderano tornare per dare una mano a migliorare la situazione (personalmente ammiro parecchio questi ultimi!).

Infine vi è una categoria aggiuntiva: quella dei wannabe expats che restano in Italia, sì, ma non certo per colpa loro! Non penso a chi abbia degli impedimenti seri, gravi ed indiscutibili. Penso invece a chi proclama da sempre ai quattro venti che in Italia si sta male, che bisogna emigrare quanto prima, che questo paese fa schifo, che nonsenepuopiù, che basta ora me ne vado! Poi però passano le settimane, i mesi, gli anni e tu lì vedi ancora lì, esattamente dov’erano prima. E quando gli chiedi: “Beh e quel tuo progettino di andare via, poi?” la risposta, regolarmente, suona “Eeeh ma sai, io andrei via eh. Eh come no, anche domani! Ma sai i bimbi ne patirebbero, poi la mia mamma si avvicina ad una certa età; poi come ci resta mio fratello se me ne vado? Poi ho un lavoro fisso… Però io ci andrei se fosse per me eh! Ormai questo paese è allo sfascio!”. Ecco, con questo attegiamento personalmente ho qualche difficoltà: o decidi di restare perché ti va bene così e “chissemove” (scelta legittima al 100%, che non vado a certo a discutere) o te ne vai. Ma predicare di continuo una fuga impedita dal destino avverso, questo no.

E a voi, cari lettori, vengono in mente altre categorie?

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Certe volte essere italiana ha i suoi vantaggi. Come alcuni di voi già sanno, vivo all’estero da tre anni. Qualche settimana fa, per puro caso, mi sono resa conto che stavo guidando da tre mesi a patente scaduta. Ero straconvinta che la scadenza sarebbe stata nell’agosto di quest’anno, invece era avvenuta in febbraio. YAHU. Presa dal panico, come tipicamente mi accade, ho cercato immediatamente di contattare il Consolato italiano. Anche perchè la futura assicurazione estera della mia auto aveva richiesto una copia della mia patente, per poter procedere con l’offerta per la copertura assicurativa. E io gliel’avevo spedita, ma  – appunto – scaduta. E dunque temevo che se ne sarebbero accorti e mi avrebbero creato problemi. Così non avrei più potuto guidare, dato che l’assicurazione italiana della macchina era in scadenza.

Ma vi stavo dicendo che ho cercato di contattare il Consolato. Via telefono non è stato possibile. Ho provato tramite il sito web, ma non c’era nessuna sezione dedicata al rinnovo patenti. A quel punto una nuova ondata di panico mi ha assalita. Grondante di sudore, ho scritto un messaggio all’ufficio notarile del consolato, spiegando la mia tragica situatio. Poi mi è balenata un’idea: perché non chiamare la scuola guida dove vent’anni fa ho conseguito la licenza per guidare e implorare loro di darmi una mano? Così ho fatto. E così si è svolta la conversazione tra me e l’addetta:

 

–          Pronto, sono Eireen, sono residente all’estero e ho la patente scaduta. Che faccio? Al consolato non mi rispondono.

–          Beh se pensa di passare di qua a breve, la può rinnovare da noi.

–          Sarò in Italia a fine maggio. Che procedura devo seguire?

–          Si presenta qui con 100 euro al giovedì pomeriggio, il medico le fa una visita, poi le rilascia un documento di idoneità e dopo circa tre mesi riceve a casa il bollino di rinnovo da attaccare sulla patente.

–          Ok, ovviamente devo prendere un appuntamento (dato che qua in Germania senza appuntamento non puoi neanche andare al supermercato a comprare il latte).

–          (trattenendo a stento le risa) Appuntamento? Ma no, passi quando vuole! Noi siamo qua.

–          Comunque ha capito che sono residente all’estero, vero? Potrebbe essere un problema (abituata alla rigidità tedesca).

–          A me non interessa dove risiede. Basta che abbia un indirizzo italiano al quale mandare il bollino.

–          Ok, ma la patente è scaduta da ben tre mesi. Che faccio? (abituata alla rigidità tedesca).

–          Ahahahahah da tre mesi? Solo? Beh fa poi lo stesso. Ci vediamo quando viene in Italia. Arrivederci. Clic tuttutututu.

 

DUNQUE: VIVA l’ITALIA!!!!

 

Qualche giorno dopo, tornata in ufficio da una riunione, trovo una chiamata persa sul cellulare. Numero tedesco. Richiamo.

Ecco come si è svolta la conversatio conversationis.

–          Pronto? (in italiano – io non capivo chi mi avesse chiamato da un numero tedesco e poi parlasse italiano)

–          Eeeehm salve mi chiamo Eireen, ho visto una chiamata persa sul mio cellulare con il vostro numero.

–          Aaaaaaaaaaaah sì certo signora Eireen, come no! Ma certo, ho cercato di chiamarla in merito a quella vicenda. (Eireen: vicenda?? Ma chi è questo?) Sa, ho ricevuto il messaggio e la chiamavo per discutere. Ho visto, sa.

–          (Eireen, cercando disperatamenti d’interrompere il flusso, ma senza risultati e chiedendosi: ma chi ****** è??? Poi, dopo parecchio tempo) Scusi, abbia pazienza, ma chi parla?

–          Aaaaah certo, certo, mi scusi. Sono Alessio Bonetti, vice-console dei vice-consoli, la chiamavo in merito a quel messaggio che ci ha mandato per la patente (rumori vari indefinibili di sottofondo, piuttosto disturbanti). Mi deve scusare sa eh, ma il Consolato non è competente purtroppo per le patenti. – Carloooooooooooooooo, Carlooooooooooooooooooooo. Mi scusi eh signora Eireen. Carloooooooooooooooooooooooo, vie’ quaaaaaaaaaa! Che cosa fail ì! No, le assi, ti avevo detto di no, lascia stare. Carloooooo. Ma che fai? Ma che trapani? Senti, ne parliamo dopo eh. Giovanni, ci pensi tu magari. Scusi eh sa, signora Eireen, ma qua abbiamo dei lavori in corso. Mi perdoni, porti pazienza. Carlooooooooooooooooooooooooo, Carloooooooooooooooooo! Eh piantala co‘ ste assi t’ho detto! Senta signora, deve sapere che il Consolato non è competente per questo tipo di problemi. Lei deve contattare la sua motorizzazione. Ahi, però lei è iscritta all’AIRE, giusto? Carlooooooooooooo. Le tendeeeeee. Quindi non risiede più in Italia. Quindi non potrebbe rinnovare la patente in Italia. (Eireen tenta inutilmente a più riprese d’interromperlo, per spiegare che ha giá contattato la scuola guida e chiarito tutto.). Senta, questo può essere un problema, sa? Perchè in teoria non potrebbe (notare l’uso del condizionale e del “in teoria” ). Ma faccia così: contatti la motorizzazione e, se ha occasione di andare in Italia, passi di là e dica di essere residente ancora là. Compila il modulo, dichiara una residenza in Italia e via. Non si dovrebbe, ma sa… Che vuole farci? Carlooooooooooo, le tende!!!! Lo sappiamo solo io e lei aum aum. Io non lo dico a nessuno, lei non lo dice a nessuno (Eireen: sì, tranne ai 7 lettori del mio blog) e siamo a posto! Carlooooooooooooooo. Le vuoi levare le tende da lì, sì o no? Ma insomma come te lo devo direeeeeeeeeeee? Scusi eh sa, signora, porti pazienza arrivederci eh. Carloooooooooooooooooooooooooo! Rimetti a posto le tende. Ma che stiamo a scherza’!!!

–          Grazie di tutto dr. Bonetti. È stato gentilissimo. Arrivederci.

Diciamocelo: fosse accaduta la stessa cosa a un tedesco in Italia, questo avrebbe dovuto rifare la scuola guida da zero! Perciò, ancora una volta: VIVA L’ITALIA!

 

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