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Quelle wonder-mamme che non esistono

Care mamme, auguri a scoppio ritardato! Vorrei che questa fosse la festa delle mamme normali. Basta con l’idea che si possa essere mega-manager di una multinazionale, sempre in viaggio, con due lauree e la terza in arrivo, impegnate in attività di volontariato, autrici un paio di blog di successo e, nei ritagli di tempo, studentesse di un corso intensivo di cucina etica. Tutto questo avendo tre figli e il quarto in arrivo. Millantando che per i pargoli si è presentissime, devote e dedicate. Che li si accompagna a nuoto, a scuola, alle feste, che li si applaude agli spettacolini di Natale e gli si racconta ogni sera la favola della buonanotte. Per giunta comparendo in interviste in cui si dichiara che si va a letto ogni sera stanche, ma felici. Ci vogliamo mettere in testa o no che queste wonder-mamme non esistono? Non si può avere una carriera di grido ed essere l’angelo del focolare allo stesso tempo! Diciamo l’inconfessabile verità: queste mamme hanno due babysitter, quattro nonni a disposizione, la nanny, la donna che stira, quella che pulisce, l’iscrizione alla scuola a tempo pieno per i propri figli e la favola della buonanotte è registrata su un nastro che parte in automatico tramite una app mentre la mamma è a Tokyo per una conferenza. Che si abbia il coraggio di dire le cose come stanno! “Sono donna manager e a stare dietro ai figli non ce la faccio, perciò ho otto persone che lavorano per me e mi danno una mano”. Che cosa invece, spinge queste donne a fingere che gestiscano tutto loro? Perché si deve promuovere l’idea della donna multitasking, che fa sette cose alla volta e tutte bene? Che mentre cucina l’arrosto, telefona in tedesco per chiudere un accordo commerciale? Si tratta di un modello sano? O così si spingono tutte le madri “normali” a sentirsi in colpa per non essere all’altezza? E se il modello sano fosse quello di una donna che arriva dove può, con un lavoro ordinario e figli mediamente nella norma, seguiti senza eccessi? Pensiamoci.

Evelina Dietmann,

Questo blog sta obiettivamente tirando gli ultimi, ma ogni tanto l’autrice si risveglia dal suo sonno creativo, scrive qualche riga e poi torna nel regno del Morfeo degli scrittori. Qualche giorno fa mi sono scossa per parlare su “Italian” di Beppe Severgini di queste mamme-manager multitasking che celano a se stesse e al mondo una brutale verità, cioè che hanno mille aiuti di cui preferiscono tacere. Tacciono perchè mentono a se stesse (faccio tutto io, guarda che gran mamma che sono), agli altri (per non essere criticate, suppongo) o entrambe le cose. Questa scemenza enorme, questa convinzione che si possa fare tutto da sole, mi bolliva in testa da parecchio. Sono convinta che sia deleterio diffondere e supportate la bugia che una madre possa essere totalmente presente in famiglia e allo stesso tempo totalmente presente sul lavoro, per giunta senza avere alcun genere di supporto. Come dice una mia cara amica, le palle stanno in poco posto: fare tutto e bene non è possibile. E sono stufa di chi continua a sostenere che lo sia. Il mio post, pubblicato ieri, ha avuto un discreto successo: ben 93 “consiglia” su Facebook! Mi concedo questa piccola vanteria: credo sia un bel segno che l’argomento è sentito e che le donne sono stufe di questo assurdo clichè della wonderwoman domestica.

Sulla stessa scia, mi sento di consigliare un post interessante e divertente di Domitilla Ferrari, mamma manager notoriamente impegnatissima su diversi fronti e con ampio successo http://www.domitillaferrari.com/semerssuaq/sono-una-brava-mamma/ Che dire? Brava Domitilla, complimenti per la sincerità e il coraggio di dire le cose come stanno!

 

 

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Certe volte un’immagine o un fatto accaduto sono più efficaci per spiegare le differenze tra due popoli di mille trattati, cento tesi di laurea o dieci compendi socio-psico-storici.

In agosto ho trascorso tre settimane nella mia piccola – ma dotata di una sua dignità – città natale in Emilia-Romagna, passando mattine e pomeriggi in piscina col bambino bionico.

Tipicissima scena a cui assistevo quotidie, con protagonista la tipicissima madre italiana:

Il bambino, non necessariamente piccolissimo, si aggira per il parco che circonda la piscina, corre, salta, esplora, gioca, incontra altri bimbi, ci litiga, poi ride, piange, va sull’altalena, scende, sale sullo scivolo, scivola, si diverte. In poche parole: fa il suo mestiere di bambino, come tutti i bambini del mondo. La mamma dal canto suo lo sorveglia continuamente, gli va dietro fisicamente ovunque lui vada, lo tiene sott’occhio, lo accompagna, gli fa sentire la sua presenza soffocante costante, lo redarguisce, lo controlla, previene i suoi problemi, lo protegge, gli fa da scudo, lo fa sentire coccolato, curato, viziato, circondato di attenzioni. Gli chiede di continuo: Hai freddo? Hai caldo? Hai sete? Hai fame? Vuoi andare a casa? Vuoi stare qui? Tutto a posto? Se il bimbo, ad esempio, inciampa e cade, pur se non si è fatto nulla di grave, la mamma italiana accorre ai 200 all’ora da cento chilometri di distanza (anche se in realtà non si trova mai a più di due metri e mezzo da lui), lo tira su da terra, lo consola, lo abbraccia, lo avvolge nell’asciugamano, chiama il marito in ufficio per raccontare l’accaduto, mentre lo stesso fanno zie, nonni, cugini, parenti vari e amici accorsi immediatamente in massa sul luogo dell’incidente per recare soccorso e consolazione.

Il bambino bionico in piscina ha conosciuto e fatto amicizia con due bimbe tedesche, con le quali ha giocato per un paio di pomeriggi. Le bimbe avranno avuto circa quattro e sette anni. In due giorni ho visto il padre venire verso di loro una volta soltanto, per dire” Bimbe, è ora di andare a casa!”. Per il resto nulla: entrambi i genitori erano lì nei dintorni, ovviamente, ma restavano nel loro ambito. E, non solo si fidavano che le bambine sapessero cavarsela da sole e sarebbero tornate da loro in caso di bisogno, ma rispettavano anche l’autonomia delle piccole, pur essendo come detto, presenti a distanza di sicurezza.

Da parte mia arrivavo in piscina col bambino bionico, lo sguinzagliavo e indi mi piazzavo sullo sdraio a leggere un libro, buttandogli un occhio periodicamente, per controllare che non facesse danni. Sono più che certa di essere passata tra le altre genitrici per “madre degenere e indegna”. Forse , chissà, qualche volta hanno anche pensato di far intervenire l’assistente sociale…

 

 

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